domenica 1 aprile 2012

Coincidenze


Asunciòn, 4 Settembre 1981
                                                                                                     
 
Caro Emìlio,
ora che il terrore è finito, ora che il gesto che non ho compiuto mi ha in qualche modo redento, ti scrivo queste parole. Esse non vogliono essere altro che un racconto, un ricordo, e come tutte le memorie, vengono scritte per se stessi e non per quelli che le leggeranno; serviranno a chiarire i miei pensieri a me, non a te.
Come avrai saputo dai giornali, Rosas è morto suicida in carcere, credo impiccato in cella o non so bene come (non che abbia una qualche importanza, la morte è sempre una sola, in qualsiasi modo la si scelga), dopo aver saputo della fucilazione di Ortega. L'assassino di Hernandez è nelle mani della polizia, e finalmente quelli che ci sono sembrati i giorni più lunghi della nostra storia, stanno riprendendo la loro consueta durata.
Mi troveresti molto invecchiato dall’ultima volta che ci vedemmo, e mi perdonerai se come capita ai vecchi, nel ricordo mi succede sempre più frequentemente di mescolare ciò che é stato con ciò che avrei voluto che fosse, ma nello scrivere cercherò di non fare apparire quanto possa essere confuso da una realtà che mi sembra travalicare i confini della mia stessa fantasia.
Avrai certamente intuito che il progetto sciagurato della nostra "liberazione" nacque molto tempo fa, e che io dall’ufficio di Via Manaus ne seguivo sebbene parzialmente, l’evoluzione, a quell'epoca sinceramente preoccupato per quelli che avrebbero potuto essere i suoi sviluppi futuri.
Avevo ragione nel ritenere che l' U.T.A. sarebbe cresciuta e diventata una organizzazione terroristica in piena regola, ma nulla avrebbe potuto farmi presagire la congerie di coincidenze, errori, casualità che avrebbero portato alla uccisione di Hernandez.
Ancora oggi, quando pronuncio questo nome, provo una sorta di rispetto, generato - credo - dalla paura, anche se di questa paura sono stato per molto tempo strumento ferocemente inflessibile.
All'Ufficio Politico eravamo informati delle attività dei terroristi, e diversi arresti di fiancheggiatori ci suggerivano che il Movimento stava ormai prendendo decisioni che lo avrebbero portato a definire obiettivi strategici precisi e importanti, ma mai ci saremmo aspettati che la prima azione vera e propria sarebbe stato il tentativo di eliminazione del nostro Caudillo.
In quei giorni una riunione dell'esecutivo clandestino in un covo di Via Conceptiòn, valutò la fattibilità del progetto e decise l'arruolamento di chi avrebbe compiuto l'azione: un killer esperto, pratico di armi ma non votato alla causa, un uomo che non facesse parte dell'organizzazione e che di essa non avrebbe conosciuto niente se non quell'unico scopo, in modo da poterlo tagliare fuori in qualsiasi istante.
Il lavoro di preparazione sarebbe stato lungo e minuzioso, ma la prudenza imponeva i suoi tempi.
Prima di ogni cosa occorreva cercare una persona che avrebbe dovuto vivere in città per alcune settimane senza dare nell'occhio, naturalmente in una casa in affitto perché noi controllavamo alberghetti e pensioni.
Doveva avere l'accento giusto, la giusta andatura, la giusta espressione, e questo faceva scartare gente venuta da fuori; doveva essere talmente anonimo da passare inosservato anche in un quartiere popolare dove tutti si conoscono almeno di vista.
Sappiamo ora che occorsero molti mesi per trovare l'individuo adatto, molto tempo per addestrarlo, molto danaro per pagarlo e molta attenzione perché di tutto questo nulla trapelasse all'esterno. La calma di quel periodo avrebbe dovuto insospettirci, ma eravamo troppo sicuri della nostra forza, e al contrario ci convincemmo di aver spezzato le reni a quel manipolo di pazzi, e che le torture nelle cantine del vecchio palazzo di Via Manaus erano state il rimedio sufficiente ad eliminare il male.
Ripensando oggi ad allora mi sembra impossibile che non capissimo, ma cosa vuoi, forse in certi momenti si vede solo ciò che si vuole vedere, e anche se la verità brilla davanti ai tuoi occhi, la sua luce è così abbagliante da accecarti, ed io allora ero cieco.
Ricordo che quando da ragazzo abitavo in Calle Flores, mio padre mi portava spesso a casa di un suo vecchio compagno di scuola, un uomo piccolo e pelato con degli spessi occhiali montati in tartaruga, che aveva una stanza fumosa piena di alambicchi colorati, storte, provette e con decine di fornelli costantemente accesi su cui mormoravano bollitori che esalavano vapori puzzolenti.
Quasi a volersi giustificare per un rapporto così insolito, papà mi raccontava della vecchia amicizia nata al tempo della scuola e che perdurava intatta negli anni, nonostante quella benedetta fissazione per la Grande Opera.
Per me il laboratorio di quel testardo, minuto e magro alchimista era una fonte di continue meraviglie che non osavo sfiorare ma che mi attiravano magneticamente, e quando mio padre, imbarazzato, cercava di scusarsi per la mia eccessiva curiosità si sentiva rispondere con tono ispirato o forse rassegnato: "Lascialo stare, i suoi occhi sono diversi dai nostri e lui forse vede dove noi guardiamo soltanto. Conoscere è sempre bene e ignorare è sempre male. Se proprio deve toccare, lascialo fare: le coincidenze non esistono. Tutto quello che facciamo è frutto di un disegno che ignoriamo, ma che certamente esiste e ci trascende per un fine sconosciuto".
Mi ricordo di queste parole ora che ti scrivo, Emìlio, perché nulla mi sembra più adatto a farti (farmi?) giustificare i meccanismi che si misero in moto in quel punto della Storia per raggiungere tale fine.
Fu trovato un appartamentino dalle parti del mercato dei fiori che venne affittato sotto falso nome da una terrorista e arredato con l'indispensabile per non incuriosire troppo i vicini di casa. Il nome fittizio che venne scelto per il sicario è per ragioni ovvie un nome comunissimo con un cognome altrettanto scontato, ma che proprio per questa ragione è quello sopportato dalla maggior parte dei nostri concittadini, e il caso (o forse una volontà precisa) volle che un altro uomo, con lo stesso nome e lo stesso cognome vivesse in quella strada, solo ad un isolato di distanza dal primo.
Sappiamo poco di lui, ignoriamo quali fossero le sue frustrate aspirazioni, e perché fosse ridotto ad un’esistenza solitaria, di pura sussistenza, senza una donna o un amico, incapace di uscire da una vita che quotidianamente lo sospingeva da casa all'ufficio postale e viceversa, senza la speranza che qualcosa potesse cambiare, e con il rimorso di aver tradito i destini più grandi che suo padre, da buon militare, avrebbe preteso da lui.
Viveva, Ortega, in un piccolo appartamento che non conosceva la luce del sole, affogato com'era in Calle Rédon, tra la sua collezione di giornali e i ritratti del padre rimasti dopo la sua morte a controllare i suoi gesti e i suoi pensieri, ignorando volutamente l'ingombrante presenza della vecchia pistola del generale, che giaceva nel terzo cassetto della scrivania, e che di là sembrava volergli rimproverare un presente pavido e senza gloria.
Oggi, dopo il suicidio di Rosas, immagino che l'esistenza di quest'uomo non fosse stata trascurata dall'organizzazione anzi, probabilmente fu studiata a lungo e infine contribuì alla realizzazione del piano meno marginalmente di quanto i terroristi stessi si aspettassero.
Non so se lesse sui suoi amati giornali, fragile filtro della realtà esterna così cruda, dell'arresto puramente casuale di Rosas durante una delle operazioni di routine, ma so per certo che questa notizia non gli sfuggì. Forse lo sorprese, come sorprese tutti del resto, che il capo del terrorismo si fosse fatto trovare disarmato in un grande magazzino da due guardie che lo avevano fermato per un normale controllo, senza nemmeno averlo riconosciuto. E la meraviglia era il sentimento dominante anche in Via Manaus, sebbene dissimulata dall'entusiasmo per avere finalmente in mano il vertice dell'Organizzazione.
L'interrogatorio a cui fu sottoposto Rosas fu certamente il più duro che io abbia mai disposto, e fu praticato con l'intento di annullare la volontà e la personalità di un uomo la cui volontà e personalità erano state una minaccia per tutto il Sistema che noi rappresentavamo.
Non ti descriverò quali mezzi usammo per costringerlo a parlare, ti basti sapere che in un momento di lucidità pronunziò il nome di Ortega, ma ci diede l'indirizzo sbagliato, quello dell'innocuo impiegato postale, presumibilmente nell'estremo tentativo di riuscire a salvare il piano preparato con tanta meticolosa cura.
E qui accade una cosa incredibile: per uno di quegli errori che solo la polizia sa commettere, gli agenti della sicurezza piombano invece nel posto giusto, e riescono a catturare senza sparare un solo colpo il vero killer mentre si preparava a cambiare nascondiglio avendo saputo dell'arresto di Rosas.
Avremmo voluto tenere nascosta tutta la notizia, ma riuscimmo invece solo ad evitare che fossero pubblicate fotografie dell'arrestato, e questo non impedì ai giornali di dare grande risalto all'avvenimento al punto che per diversi giorni non parlarono d'altro.
Non so immaginare cosa sia scattato nella mente di Ortega nel leggere il proprio nome in prima pagina sugli indispensabili quotidiani, accusato di essere il braccio di un’organizzazione armata che tentava di distruggere un Sistema che molto tempo prima aveva deciso la sua inutilità e lo aveva relegato in un angolo di esistenza dal quale invidiare la vita degli altri detestando la propria.
Probabilmente non scattò niente, forse la decisione di occuparsi un posto nella Storia fu lunga e sofferta, ma sicuramente il richiamo dell'acciaio lucido avvolto nel morbido panno unto di olio, fu più forte delle sue paure e lo sopraffece.
Forse la fucilazione dell'altro Ortega gli annullò la volontà, e la sua anima fu preda della vecchia pistola che decise per lui un futuro di sangue e di fragore.
Facilmente, l'impiegato modello, riuscì ad ottenere un permesso ed un posto di prima fila dal quale applaudire il passaggio del Caudillo alla Manifestaciòn Naciònal. Certo il peso dell'arma gli divenne opprimente in quelle ore di attesa sotto il sole, e il caldo gli confondeva la vista e i pensieri, ma la volontà era lucida e il tremito che gli scuoteva le mani autentica paura.
Ad un tratto si rese conto che stava attraversando la folla insinuandosi rispettosamente tra uomo e uomo, sempre scusandosi e chiedendo permesso, e capì che era in attesa della fine del discorso, quando le guardie del corpo cominciano a respirare di sollievo perché è andata bene un'altra volta. Si sentiva sorridere, con lo sguardo fisso al palco in attesa di quello che gli sembrò il momento adatto, e finalmente percepì il voluminoso calcio d'avorio della rivoltella pesare nel palmo sudato della sua mano destra. Ma qualcosa di questa tensione in qualche modo trasparì anche all'esterno, perché io che ero sempre accanto a Hernandez mi accorsi del sorriso idiota stampato sulla faccia bagnata di quell'uomo e capii che qualcosa stava per accadere.
Questo é il momento più difficile della mia narrazione perché tutto accadde molto in fretta, ma purtroppo non abbastanza perché non potessi intervenire, eppure io, proprio io non mossi un solo muscolo per salvare la vita del mio presidente.
Ricordi, Emìlio, quante volte ci é capitato di rivedere insieme il filmato al rallentatore dell'assassinio di Lee Oswald da parte di Jack Ruby? Ebbene oggi gli avvenimenti di quei minuti si svolgono nella mia memoria con la stessa lenta ineluttabilità di quel film, di qualcosa che continuo a cercare di risolvere prima che si compia, ma é solo un artificio della mia mente; tutto è già successo e nulla può essere modificato.
Rivedo Ortega estrarre la pistola mentre continua a sorridere, vedo la testa di Hernandez spaccarsi come un'anguria matura e sento gli schizzi del suo sangue sui miei occhiali da sole, qualcuno che mi grida qualcosa nell'orecchio sinistro e mi urta facendomi perdere l'equilibrio.
Milioni di volte ho rivissuto quei momenti e ancora mi ripeto che è solo il suo destino che si è compiuto, che sangue chiama sangue (e ripenso alle immonde cantine di Via Manaus) ma so perfettamente che avevo tutto il tempo per impedire quello che è successo e non l'ho fatto.
Il vecchio alchimista aveva torto, nella vita i miei occhi hanno solo saputo guardare senza vedere, e ancora oggi pur rigirandomi infinite volte indietro, io non so vedere e non riesco a capire, ma di una cosa sono ormai sicuro.
E' vero che le coincidenze non esistono. Ci capitano solo le cose che ci sono simili, non quelle che meritiamo.
Troppe coincidenze in questa storia, troppi giustizieri e giustiziati; forse Ortega ha voluto uccidere il simbolo di un sistema che gli aveva negato di vivere, forse Rosas si è suicidato perché pensava di aver fatto condannare un innocente, ignorando il fortunato errore della polizia, e forse io, vigliaccamente, ho lasciato uccidere Hernandez per giustiziarmi da solo e giustificare con un atto mancato un’esistenza di gesti che altri mi hanno fatto compiere, come una marionetta che uccida il suo burattinaio, per vendicarsi di una vita trascorsa attaccato a dei fili, recitando una commedia che non gli è mai piaciuta.
Caro Emilio, giunto a questa età avrei desiderato avere più certezze, ma lo schianto di una pistola mi ha voluto pieno di dubbi che mi opprimono la coscienza, e sui quali avrò mio malgrado molto tempo per riflettere. Aspetto tranquillo il processo e l'inutile condanna ad un ciclico ripetersi di gesti e di giorni.
Tutto quello che è già successo continuerà ad accadere.
con affetto, tuo
Julio



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